VIVIAN MAIER E LE SUE ANIME
03 luglio 2017
Vivian Maier ha appassionato tutti, proprio tutti!
Ma ha più appassionato o incuriosito..?
Cosa suscita più interesse in questa fotografa: la sua vita o le sue opere?

Di Vivian Maier se ne è parlato molto e come è giusto che sia se ne parlerà ancora, scoperta postuma è entrata nella storia della fotografia, la sua indiscussa opera ha finalmente trovato la sua collocazione e l’intento di questo approfondimento è quello di leggere questa vicenda artistica da un’altra prospettiva.

Quanto la vita della Maier possa essere un valore aggiunto nella sua opera?
Chi è più interessante? “Vivian Maier fotografa” o “la fotografa bambinaia?”
Risposte non ne ho, ma domande sì.
Questo è sicuramente uno dei casi in cui non solo addetti al mestiere hanno analizzato un’opera, ne seguono psichiatri, psicologi, sociologi .. eh sì! Vivian Maier ha appassionato tutti, proprio tutti!
Non che prima nessuno specialista abbia mai approfondito la vita di un’artista (ma in questo caso sembra essere fondamentale), cercando di analizzarne l’inconscio, le paure, le manie di un autore, anche perché è risaputo che l’arte è un meccanismo di difesa, e anche fra i più maturi che l’individuo possa utilizzare inconsciamente: la sublimazione, ma ciò non significa che ogni artista stia usando un meccanismo di difesa. (o è possibile che tanti artisti non producano arte..?!)
Forse non c’è nessuna differenza fra la Maier fotografa o la fotografa bambinaia, una legittima l’altra, l’una non può esserci senza l’altra. Ma se la stampa avesse raccontato l’opera della Maier parlando solo di una fotografa scoperta postuma avrebbe ottenuto lo stesso clamore? Se così fosse quando il giovane Maloof ha tentato di presentare l’opera a gallerie, musei ecc.. perché gli addetti ai mestieri non lo hanno accolto? Le fotografie sono sempre le stesse. Cos’è accaduto nel frattempo?! Diventa forse più interessante la stessa opera se dietro c’è una fotografa bambinaia che scattava in maniera quasi compulsiva? Che possedeva centinaia di rullini non sviluppati? Che collezionava di tutto? Che cambiava nome ogni volta? Che vietava a chiunque di entrare nella sua stanza? Che rendeva sconosciute le sue origini? Ma le foto non sono sempre le stesse?!? O forse la fotografa bambinaia legittima la Maier fotografa?
Quello che maggiormente mi sorprende in questa vicenda, nella scoperta di questa artista, è la reazione che critici, curatori, promotori dell’arte hanno assunto inizialmente. L’opera senza storia non aveva alcun valore, la stessa opera con una storia al limite del reale ha suscitato interesse, ha spinto a guardare le immagini con altri occhi .. ma allora dov’è il valore di questa artista? Quando guardiamo una fotografia della Mayer cosa dobbiamo guardare? Quale cassetto della memoria dobbiamo aprire? Per apprezzare quegli scatti dobbiamo evocare nella mente il ricordo di una persona ossessiva? Se penso a questo le foto diventano più interessanti? Probabilmente il “Caso Vivian Maier” non è nella sua vita, lei ha fotografato perché questo sentiva di fare, perché questo ha scelto di fare. (punto). Il Caso Vivian Maier appartiene ai promotori dell’arte, in quel mondo c’è la risposta, il Caso Vivian Maier è la conseguenza dell’impatto iniziale che ha ottenuto Maloof nel presentare il lavoro della fotografa, il caso è nel rifiuto dell’inizio, perché senza una storia seduttiva non poteva esserci arte.
L’opera di Vivian Mayer, come già noto, è vastissima, è presente un’elevata varietà di soggetti e contenuti, vorrei però soffermami sulla produzione inerente agli autoritratti della fotografa.
Anche di questo se ne è parlato molto, sull’ipotesi che la Maier abbia utilizzato questa soluzione a fine rullino, per finire gli scatti della macchina fotografica, e non c’è nulla di più vero, come spesso succede a chiunque fotografi. Chi non si è imbattuto in un autoritratto?! Ma sono davvero così casuali questi autoritratti? E sono tantissimi, ma questo è in linea con la quantità di scatti della Maier, centinaia di rullini scattati e centinaia di autoritratti per terminarli.
Ma perché tanta fretta di finire le pose dei rullini? Spesso non venivano nemmeno sviluppati.
Si è inoltre parlato dell’atteggiamento della Maier nei confronti dello spettatore, di non guardare mai nella direzione della macchina, di superare con lo sguardo chi la osserva, di superare la sua stessa immagine riflessa. (ma quando faceva queste foto pensava a chi le avrebbe viste? O a chi la avrebbe vista? Pensava all’osservatore?) È vero, in molti scatti c’è uno sguardo sfuggente, ma in alcuni no. Probabilmente lei guardava, ma non con gli occhi, con la macchina fotografica. E se la sua scelta fosse quella di non essere il soggetto, ma parte del soggetto? Che abbia traslato la sua persona da soggetto a oggetto?
In questa produzione di immagini emerge una particolare attenzione che la fotografa ha nell’eseguire questi scatti, non danno l’impressione di essere foto gettate lì per terminare un rullino, dietro si intravede sempre un’idea, geniale, una ricerca stilistica, lei non è l’unico soggetto dell’immagine, ma si plasma con essa, diventa un elemento compositivo, talvolta domina la scena in modo imperiale e in altre è quasi impercettibile, è la sua stessa firma d’autore. In queste immagini si passa dall’ironia, spesso presente nell’opera della Maier, alla drammaticità, alla leggerezza, dietro questi autoritratti spesso ci sono citazioni, messaggi, forse, le anime della fotografa. E se per lei il punto cruciale della sua opera fossero gli autoritratti? E se attraverso questi scatti abbia realmente lasciato passare la sua persona? Che presenta talvolta dietro delle reti, quasi in una prigione, in altre difficilmente riconoscibile, confondendosi e perdendosi nell’immagine stessa.

.es.

Commenti san diego singles over 50 0

Inserisci commento

E' necessario effettuare il login o iscriversi per inserire il commento cerco amore vero e sincero